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2 Marzo 2018

Whistleblowing a processo: l’anonimato è solo riserbo sulle generalità

 

Con la sentenza n. 9047 del 27 febbraio 2018, la Cassazione ha rigettato il ricorso cautelare presentato da un dipendente dell’Agenzia delle Entrate indagato per truffa aggravata, falso ideologico in atti informatici e corruzione per atti contrari a doveri d’ufficio, confermando il quadro accusatorio che traeva origine da una segnalazione anonima presentata da un collega.

A nulla è valso per il dipendente eccepire l’inutilizzabilità della denuncia in quanto non autografa. In specifico, l’indagato lamentava la validità dell’ordinanza cautelare fondata sulle dichiarazioni rese dal whistleblower senza che questi avesse reso sommarie informazioni testimoniali.

La Cassazione ha tuttavia sottolineato che l’esposto è pienamente utilizzabile perché l’autore era stato identificato, ancorché considerato dal GIP alla stregua di un anonimo. Inoltre, hanno aggiunto gli Ermellini, a mente della precedente formulazione dell’art. 54-bis del D.lgs. 165/2001 (ossia il Testo Unico sul Pubblico Impiego), «l’anonimato del denunciante – che, in realtà, è solo riserbo sulle generalità – opera unicamente in ambito disciplinare, essendo peraltro subordinato al fatto che la contestazione "sia fondata su accertamenti distinti e ulteriori rispetto alla segnalazione”».
 

Nel caso di specie, il segnalante non era rimasto anonimo nel corso del processo penale e non poteva pertanto essere classificato come informatore, le cui dichiarazioni sono utilizzabili solo se cristallizzate in sommarie informazioni o esame dibattimentale.  

Tale circostanza trova riscontro secondo la Corte nella recente modifica dell’articolo 54-bis, per mezzo della L. 179/2017 «ove, con disciplina più puntuale, coerentemente alla perseguita finalità di apprestare un’efficace tutela del dipendente pubblico che rivela illeciti, è precisato espressamente che nell’ambito del procedimento penale, l’identità del segnalate è coperta dal segreto nei modi e nei limiti previsti dall’art. 329 del c.p.p.”», ossia fino a quando l’imputato non ne possa avere conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari.

Ne discende che va confermata l’ordinanza cautelare che ritiene sussistenti gravi indizi di colpevolezza a carico dell’indagato sulla base della segnalazione di un whistleblower che non abbia reso sommarie informazioni testimoniali nell’ambito del procedimento penale. 

Il provvedimento, sebbene interessi l'ambito pubblico, sembra infine offrire utili spunti di riflessione anche per il settore privato.

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