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15 Maggio 2018

Gestione di rifiuti non autorizzata: anche quelli “stoccabili” concorrono ai quantitativi massimi

 

La Corte di Cassazione, con la sentenza 18891/2018, ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un soggetto imputato per attività di gestione di rifiuti (non pericolosi) non autorizzata. Reato punito ai sensi dell’articolo 256, comma 1, lettera a, e comma 4 del D.Lgs. 152/2006: presupposto della responsabilità amministrativa degli enti ex articolo 25-undecies del D.Lgs. 231/2001.

L’impianto di gestione coinvolto nella vicenda aveva subìto nel 2014 un controllo da parte degli organi ispettivi, i quali – ai fini dell’accertamento del quantitativo massimo di rifiuti gestibili dalla struttura – avevano considerato anche quelli già trattati ma non ancora sottoposti a test di prestazione.

Il ricorrente aveva quindi lamentato l’errata determinazione di tale quantitativo massimo. Il ricorso è stato tuttavia respinto dalla Suprema Corte, secondo cui, se si seguisse la tesi difensiva, «si consentirebbe di fatto l’incontrollato ed indiscriminato allargamento delle quantità massime di rifiuti che possono essere gestite dagli impianti di trattamento».

Peraltro, a parere dei giudici di legittimità, a nulla rileva l’accertamento sulla cessazione della qualità di rifiuto (nel caso di specie, pietrisco) effettuato nel gennaio 2015, poiché questo opera ex nunc e non ha quindi alcuna valenza probatoria in riferimento alla verifica subìta mesi prima.


Da ciò consegue che «ai fini dell’accertamento del rispetto delle quantità massime stoccabili, si deve tener conto dei rifiuti che, ancorché soggetti a procedura di recupero, non hanno ancora cessato tale qualifica».

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