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12 Giugno 2018

Accettazione di uno stipendio inferiore rispetto a quanto dovuto

 

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 25979 depositata lo scorso 7 giugno, ha analizzato il caso di un datore di lavoro imputato del reato di estorsione per aver costretto - tramite minacce di licenziamento o di mancata assunzione - i propri dipendenti ad accettare trattamenti retributivi inferiori rispetto a quanto indicato nella busta paga.

La liquidità raccolta a seguito della mancata corresponsione del dovuto, si legge nella pronuncia, era poi destinata al pagamento - in nero - di provvigioni o altri benefit aziendali in favore di venditori della società. Condotta che integra la "reimmissione dei fondi illeciti nel circuito aziendale, concretamente ed efficacemente elusiva dell’identificazione della provenienza delittuosa della provvista”. E così al banco degli imputati, accanto al datore di lavoro, è finita anche la società chiamata a rispondere dell’illecito amministrativo dipendente dal delitto di autoriciclaggio previsto dall’art. 25-octies del D.Lgs. n. 231/2001. L’accusa è quella di aver impiegato nell’attività imprenditoriale denaro proveniente dal delitto di estorsione in modo da ostacolarne l’identificazione della provenienza.

La norma di cui all’art. 648-ter.1 c.p. punisce, infatti, le attività di impiego, sostituzione o trasferimento di beni od altre utilità commesse dallo stesso autore del delitto presupposto che abbiano la caratteristica specifica di essere idonee ad ostacolare concretamente l'identificazione della loro provenienza delittuosa.

Il reato può pertanto dirsi consumato allorquando la condotta sia dotata di "particolare capacità dissimulatoria, sia cioè idonea a provare che l'autore del delitto presupposto abbia effettivamente voluto attuare un impiego finalizzato ad occultare l'origine illecita del denaro o dei beni oggetto del profitto sicché rilevano penalmente tutte le condotte di sostituzione che avvengano attraverso la reimmissione nel circuito economico-finanziario ovvero imprenditoriale del denaro o dei beni di provenienza illecita, finalizzate a conseguire un concreto effetto dissimulatorio che sostanzia il quid pluris che differenzia la condotta di godimento personale, insuscettibile di sanzione, dall'occultamento del profitto illecito, penalmente rilevante”.

Prive di pregio, conclude la Corte, le argomentazioni difensive secondo cui ai fini del delitto in parola rilevano quei comportamenti che importano un mutamento della formale titolarità del bene o delle disponibilità. L’autoriciclaggio, precisa il Collegio, non presuppone e non implica il trasferimento fittizio della provvista proveniente dal reato presupposto a favore di soggetti terzi.

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