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4 Febbraio 2019

Frode nell’esercizio del commercio: l’entità del profitto confiscabile

 

I costi sostenuti per la commercializzazione del bene non possono essere scomputati dai profitti, oggetto di sequestro finalizzato alla confisca in relazione al reato di frode nell'esercizio del commercio.

Questo il principio recentemente affermato dalla Corte di Cassazione in materia di frode alimentare (sentenza n. 4885/2019).

Nel caso di specie, il Tribunale aveva disposto il sequestro preventivo del profitto quantificandolo nella differenza tra i ricavi e il costo degli acquisti della materia prima, senza invece detrarre anche quello sostenuto per rendere questa commerciabile.

La Suprema Corte, respingendo il ricorso contro l’ordinanza che aveva confermato la misura, ha ritenuto corretta tale impostazione.

Ad avviso dei giudici, infatti, è ormai pacifico che "non sono scomputabili dal profitto del reato, oggetto di sequestro preventivo finalizzato alla confisca, le attività, pur intrinsecamente lecite, preordinate alla realizzazione della fattispecie criminosa, in quanto nella determinazione del profitto del reato - inteso come complesso dei vantaggi economici tratti dall’illecito ed a questo strettamente pertinenti - non sono utilizzabili parametri valutativi di tipo aziendalistico, quale il criterio del profitto netto (...)”.

In applicazione di tale principio, dunque, i costi di distribuzione del prodotto non sono detraibili dal profitto confiscabile all'ente in quanto essi "sono finalizzati a porre in commercio i prodotti agroalimentari di qualità diverse rispetto a quelle reali” e quindi a realizzare la condotta illecita.


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