Iscriviti
 
9 Febbraio 2018

Sicurezza sul lavoro, datore responsabile se non previene le cause di morte del dipendente

 

Con la sentenza 4560/2018 del 31 gennaio scorso, la Corte di Cassazione ha confermato le condanne nei confronti di dirigenti e direttori operativi di una centrale termoelettrica accusati di omicidio colposo plurimo, aggravato dalla violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro.

L'imputazione era quella di aver cagionato il decesso di quattro dipendenti, colpiti da mesotelioma pleurico in seguito alla pluriennale esposizione all'amianto, avvenuta nel corso delle lavorazioni e delle operazioni di manutenzione degli impianti.

La vicenda, da un punto di vista processuale, era già stata affrontata dalla Cassazione e poi rinviata alla Corte di Appello, affinché questa esaminasse la questione nuovamente a fondo, «al fine di risolvere, in modo convincente, dubbi, incertezze e contraddizioni, con l’ausilio di esperti qualificati ed indipendenti», ma con l'obbligo di astenersi «da valutazioni ed enunciazioni scientifiche proprie» (come era invece avvenuto in precedenza).

Nelle lunghe motivazioni della pronuncia in esame, i giudici di legittimità si sono concentrati sullo "spartiacque” rappresentato dalla sentenza "Franzese” delle Sezioni Unite (30328/2002).


Si tratta del provvedimento che ha modificato il modo di approcciare il tema della causalità, che prima era caratterizzato dal principio del cosiddetto «aumento del rischio»: cioè la semplice idoneità della condotta a produrre la malattia o la morte.

Secondo tale logica, l’imputato era dunque condannato non per aver cagionato l’evento lesivo, quanto per aver aumentato il rischio che si verificasse. In altri termini, avveniva una vera e propria violazione del principio garantistico, come sancito dalle Sezioni Unite.
 

Per questo motivo si è giunti ad una metodologia differente, basata sulla preliminare individuazione di una "copertura scientifica”, con il giudice chiamato a verificare «se, esclusa l’interferenza di decorsi causali alternativi, l’evento, con elevato grado di credibilità razionale, non avrebbe avuto luogo ovvero avrebbe avuto luogo in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva».

Nel caso esaminato dalla sentenza 4560, gli Ermellini hanno affermato la rilevanza causale delle esposizioni all'amianto, verificatesi nel periodo in cui i tre imputati (che ben conoscevano l'effetto gravemente nocivo della sostanza) rivestivano i ruoli direttivi nella centrale termoelettrica.

Gli stessi erano, inoltre, nelle condizioni di adottare adeguate «misure di protezione (dagli impianti di aspirazione alle mascherine di protezione, alla formazione dei lavoratori sui rischi dell’esposizione ad amianto) volte ad impedire l’inalazione delle fibre di amianto». Misure invece mai predisposte, se non a partire dagli anni ’80, ovvero dopo diversi decenni di esposizione alla sostanza.

 

Per configurare la responsabilità del datore per morte o lesioni del dipendente – ha concluso quindi la Suprema Corte – «non è necessario che sia integrata la violazione di specifiche norme prevenzionistiche, essendo sufficiente che l’evento dannoso si sia verificato a causa dell’omessa adozione di quelle misure ed accorgimenti imposti all’imprenditori dall’art. 2087 c.c. ai fini della più efficace tutela dell’integrità fisica del lavoratore».


Questo sito utilizza la tecnologia 'cookies' per favorire la consultazione dei contenuti e l'erogazione dei servizi proposti dall'Associazione AODV231.
Per prestare il consenso all'uso dei cookies su questo sito cliccare il bottone "OK".
Ti invitiamo a leggere la nostra policy.


Info Esci OK