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7 Agosto 2019

Autonomia del procedimento a carico degli enti

 

Con la sentenza n. 35462/2019, depositata lo scorso 2 agosto, la Cassazione ha riaffermato il principio dell’autonomia del procedimento "231” (già enunciato in precedenti sentenze) e la sua compatibilità con il giudizio contabile dinnanzi alla Corte dei Conti.

Nel caso di specie, in relazione ad una truffa ai danni dello Stato per il conseguimento di finanziamenti pubblici, veniva instaurato nei confronti di una società sia il processo penale che quello amministrativo per danno erariale: in quest’ultima sede, la Corte dei Conti escludeva la responsabilità dell’ente non avendo rinvenuto un pregiudizio concreto e attuale per l’Erario.

Nella pronuncia in commento, la Corte ha sottolineato che l’esito del giudizio contabile non assume alcuna incidenza in quello di stampo penalistico "231”, trattandosi di procedimenti distinti e sorretti da logiche diverse.

Inoltre, anche laddove l’ente fosse stato condannato in sede contabile ciò non avrebbe impedito un’ulteriore condanna in sede penale. Non sussiste infatti una violazione del principio del ne bis in idem quando "nel caso in cui l'ente venga condannato, in sede penale, alle relative sanzioni amministrative con contestuale confisca per equivalente dei suoi beni in misura pari al profitto conseguito e, in sede contabile, al risarcimento del danno erariale, in quanto tali provvedimenti, pur avendo carattere sanzionatorio, perseguono differenti finalità".

Infatti, "mentre la confisca viene imposta nell’interesse collettivo e con funzione social-preventiva, la condanna al risarcimento del danno persegue l’effetto di reintegrare il patrimonio dell’ente pubblico, depauperato dalla condotta criminosa accertata in sede penale”. Inoltre, "i provvedimenti adottati nelle due distinte sedi giudiziarie hanno natura giuridica differente: la condanna al risarcimento dei danni per responsabilità contabile non è sanzione penale, nemmeno considerata nella sua accezione sostanziale, perché persegue finalità recuperatoria e non ha il carattere afflittivo coessenziale alla pena”.


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